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Il tartufo: diamante della terra

di Raffaele Ferraioli

Molière definisce “tartufo” un uomo ipocrita che nasconde sentimenti ostili e immorali dietro un’apparenza di onestà e devozione. Con il dovuto rispetto al grande letterato francese, qui parliamo d’altro. Intendiamo occuparci del tubero detto anche “tartufolo” e delle sue proprietà afrodisiache peraltro universalmente riconosciute.

Trattasi di una specie di fungo appartenente alla specie delle Tuberacee, ricercatissimo in culinaria: Se ne riconoscono due tipi: il bianco e il nero. Nel primo gruppo rientra il Tuber magnatum, ovvero il nobile Biancone d’Alba, nel secondo il nero di Norcia.

Se ne contano poi numerosi altri: Tuber melanosparum, molto profumato, excervatum, brumale e cosi’ via.

Il tartufo è apprezzato e ricercato da secoli. Lucrezia Borgia, seduttrice irresistibile, amava e consumava quotidianamente questo profumatissimo alimento a conferma delle sue accertate virtù.

Bartolomeo Sacchi, famoso medico, detto “il Platina”, nel suo libro “De honesta voluptude” pubblicato nel 1474 a Roma, conferì notevole dignità al tartufo attraverso le sue rigorose ricerche scientifiche che lo portarono a definirlo “diamante della terra”.

Numerosissimi suoi colleghi confermarono il potere afrodisiaco del tubero, definendolo eccitante della lussuria e per questo sempre presente nei banchetti lussuosi dei ricchi, desiderosi dei piaceri di Venere fino ma diventarne uno status symbol.

Bakldassarre Pianelli, cuoco emerito, nel suoi “Trattato delle qualità dei cibi e del bere” , del 1538, elencava i giovamenti erotici di questo tubero, trovando poi conferma di queste sue tesi nella famosa “Fisiologia del gusto” del gastronomo francese Anthelme Brillat Savarin.

Il commercio del tartufo si estese a tutta l’ Europa facendo nascere la figura dei “Ciarlatani” (da Cerretani, abitanti di Cerreto, uno dei luoghi di produzione del prezioso fungo ipogeo).

Costoro andavano in giro a vendere il “medicamento contro l’impotenza” trasformandosi i veri e propri imbonitori, capaci di richiamare folle di curiosi, che andavano ad assistere alle loro plateali azioni dimostrative e alle loro abili artifici retorici.

Nessuno si scandalizzi: finanche le mistiche suore dei conventi non sapevano rinunciare a far uso di tartufo, come ci riferisce Giovanna Casagrande in un suo libro sui cenobi umbri.

E’ proprio vero: questo “dono di Dio” è una sorpresa continua. L’astensione dal suo consumo per timore religioso sarebbe, quella si, un vero peccato!

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