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Emilie Bazus: con traduco l'umanità

di A.L.

Emilie Bazus è stata finalista nella diciottesima edizione del prestigioso concorso internazionale Arte Laguna Prize, è stata selezionata tra oltre 10.000 opere iscritte e esporrà nei prestigiosi spazi dell’Arsenale Nord di Venezia dal 16 novembre all’8 dicembre 2024.

 

CHI È EMILIE BAZUS

 

Ciò che sembra accomunare le diverse opere di Emilie Bazus è sia la continua ricerca di mettersi in gioco nella sua pratica pittorica come artista, che il tentativo di ritrarre un’umanità anonima. Durante gli anni nello studio di Jean-Michel Alberola all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, le opere della pittrice erano orientate principalmente al disegno, alla fotografia e al cinema. Tuttavia durante i suoi viaggi in India, Nepal e Africa, avvenuti nello stesso periodo, ha potuto affinare il suo sguardo e la sua sensibilità alla luce, al colore e alla materia; queste nuove competenze, unite a un’esperienza senza precedenti, l’hanno portata infine a sviluppare un approccio pittorico. La pittura figurativa in primo luogo, incentrata su uomini, donne e bambini in abiti tradizionali di varie origini, mirava a mostrare la ricchezza delle differenze che esistono tra i popoli e a evidenziare ciò che li unisce: le usanze che si ritrovano da un continente all’altro, i modi di stare in piedi...

Il suo occhio si concentra sui dettagli, sui primi piani di parti del corpo con i tessuti, per una composizione quasi astratta, dove possiamo immaginare che l’artista si concentri sulla resa dei materiali e sulla saturazione dei motivi ornamentali. Questi frammenti di personaggi sono stati poi collegati a nature morte sotto forma di dittico o trittico, nella serie dei Petits et grands bazar. Accumuli ingranditi di oggetti di consumo quotidiano diventano a loro volta elementi ornamentali, tecnica affine alla pratica di Arman, che incolla gli oggetti direttamente sulla tela.

Segue una ricerca plastica in parallelo con olio, acrilico, gouache e monotipo, per sperimentare grandi disegni su carta con tecniche miste in bianco e nero: serie di paesaggi senza esseri umani, immagini sempre molto immersive, una sorta di “a tutto campo” ma con piani diversi, in modo da creare una nuova profondità nel lavoro dell’artista.

Questo studio, legato all’interesse di Emilie Bazus per la resa dei materiali, si rivela in modo diverso nelle sue ultime serie, in cui si allontana dai colori tenui e opachi a lei cari fino a quel momento. Anonymous, prodotto intorno al problema dell’accoglienza dei migranti in Francia, nasce da una rivolta politica legata alla precarietà abitativa, visibile nelle periferie Parigi o nel Bois de Vincennes, così come nei campi di Calais o di Grande-Synth. Emilie cita le parole di Joy Sorman che descrive questi accampamenti, la loro oscurità, la loro miseria, e una sera d’inverno l’autrice li scopre sotto un’altra luce, quella del fuoco che li illumina e che sprigiona un’umanità:

“Illuminato dalle fiamme, l’occhio vede qualcosa dell’ingegno umano che sconfina nell’angoscia”

È un po’ questo sentimento che prevale nelle opere di Emilie Bazus durante la visione dei rifugi di fortuna che prolungano il calvario di coloro a cui è stato di fatto negato il rispetto dovuto agli esseri umani. I pigmenti fluorescenti che l’artista usa per preparare i suoi sfondi la guidano nella rappresentazione delle luci che emergono dalle capanne, ma anche quelle di un cielo al tramonto, o quelle riflesse nelle pozze d’acqua. In queste scene vediamo la precarietà delle costruzioni, ma anche l’ingegnosità e la creatività dell’umanità che, nonostante i mezzi molto rudimentali, come pezzi di spago, coperte e teloni, ricrea un luogo abitabile.

“Attraverso la luce che proviene dalle mie capanne, è l’umanità che cerco di tradurre”

 

«ET LE MER MONTE»

 

“E il mare si alza” è la nuova serie che Emilie Bazus inizia dopo il periodo di lockdown. Sentiva il bisogno di rappresentare i colori freschi e gioiosi in contrasto con i paesaggi allagati, le case che sembrano galleggiare, senza più presenza umana. Questa serie integra il lavoro dell’artista sugli habitat precari, iniziato nel 2018. Gli habitat precari dipinti sono sempre lavorati a partire da fotografie da lei scattate o raccolte qua e là, con un’intenzione di rispetto ma anche di testimonianza. Gli habitat precari sono presenti in tutti i continenti, con delle loro caratteristiche universali. Nella serie “E il mare si alza”, queste costruzioni sono isolate al centro di grandi specchi d’acqua, i cieli sono molto lavorati, dopo la tempesta e spesso al tramonto. L’autrice cerca di utilizzare il mezzo della bellezza per rendere evidente l’inaccettabile.

L’acqua è centrale in questa serie, invade lo spazio, isola. Tutto ciò che rimane della nostra umanità sono queste costruzioni di fortuna e la luce che ne emerge. L’acqua è una fonte di vita, è essenziale, ma può anche essere preoccupante e angosciante quando trabocca, allaga, o si esaurisce. Si tratta di un tema cruciale al centro dell’attenzione mondiale, dato che le conseguenze del cambiamento climatico iniziano già a farsi sentire. L’onnipresenza dell’acqua in questa serie solleva tutte queste domande.

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