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Taurasi: un grande vino del Sud

di Nino D’Antonio

E’ tra i primi dieci grandi vini d’Italia, e il primo nel Sud cui è stata conferita la Docg. Il solo rosso a poter reggere il confronto con i più accreditati piemontesi, e spesso a batterli in fatto di invecchiamento. Questi i dati anagrafici del Taurasi, un vino sul quale Arturo Marescalchi, padre della moderna enologia, non esitò a dichiarare: “… Sotto l’usbergo del mio rasposo carattere piemontese, devo asserire, domandando scusa ai miei Barbera e Barolo, che il Taurasi è il loro fratello maggiore…”.

Eppure, alle spalle di questo rosso tanto celebrato non c’è nè la storia nè i trascorsi del Falerno o del Cècubo, anche se la Vitis Hellenica da cui nasce ha origini fra le più antiche. A questo si aggiunga che il Taurasi (come il Greco di Tufo e il Fiano) si afferma solo a partire dagli anni Settanta, grazie alla faticosa opera di selezione delle uve e di affinamento in cantina promosse e portate avanti dai fratelli Mastro-berardino. Prima di allora, il Taurasi è solo un buon rosso, molto richiesto sui mercati del Sud, largamente esportato al Nord, ma senza particolari titoli. Ma che c’è dietro questo vino tanto celebrato?

La Vitis hellenica, da sempre presente nella zona (il nome si è corrotto, nei secoli, in Aglianico, ma qualcuno su questo dissente) è diffusa in molte aree del Meridione, a cominciare da quelle del Vulture in Lucania.

Il paese, che dà il nome al vino, ci riporta all’antica Taurasia: un territorio irregolare, che secondo Orazio ricorda la forma di un toro, e intorno al quale corre il fiume Ofanto. Abitato dagli Irpini (da irpus, lupo), una tribù sannitica dedita all’agricoltura e alla pastorizia, seppe tenere testa alle legioni romane fino alla pesante sconfitta ad opera di Silla. Terra aspra, ma felice per le condizioni climatiche, ha nella sua lunga storia la presenza della vite.

L’Irpinia è ricca di argilla, elemento che accresce la qualità del vino, perché rispetto ai terreni sabbiosi trattiene meglio l’acqua, e quindi nei periodi di siccità assicura una maturazione più regolare. Senza contare che nell’argilla non mancano certo i polifenoli, tanto importanti per le caratteristiche organolettiche e i processi di invecchiamento del vino.

Il territorio appare difficile, diviso quasi in eguale proporzione fra colline e montagne, le quali creano una sorta di barriera che il mare (il Tirreno è lontano in linea d’aria una trentina di chilometri) non riesce a violare. Ma sono proprio queste frequenti diseguaglianze morfologiche e i forti contrasti altimetrici (si va da un minimo di 60 metri ai 1809 della cima del Cervialto) a rivelarsi paradossalmente alleati della viticoltura irpina. Non è certo una scoperta moderna - e ce ne dà una testimonianza Virgilio - che la vigna quanto più s’insedia in ambienti ostili, tanto più il vino acquista una sua connotazione, una precisa identità. Mentre da un clima e un ambiente perfetti, e nonostante l’intervento dell’uomo, si possono avere anche dei vini piatti e anonimi.

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