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La pesca tra poesia, fantasia e storia

di Enzo Gambin

Suonò la campanella ed entrammo in aula, seguiti dall’insegnante di lettere che teneva in mano un ramo di pesco fiorito. Ci stupimmo per la leggiadria della severa insegnate, ma capimmo subito che non era solo amabilità femminile perché iniziò con:

 

“Ecco come la poetica del Carducci e del Pascoli percepisce la natura del pesco in fiore”: lesse i due brani:

…..umido vento scuoter i peschi ……

bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:

spira da i pori de le glebe un cantico.

Canto di Marzo - Giosuè Carducci

Eppure, in un bel dì d’Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d’ignoto nòcciolo, d’allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Il pesco - Giovanni Pascoli -

 

e affibbiò il compito: “Le diverse concezioni della natura nella poetica carducciana e pascoliana”.

Il fatto si ripeté l’anno successivo, simile “ramo di pesco in fiore”, ma questa volta la professoressa intavolò la lezione così: “Le possibilità storiche che l’antenato di questo ramo di pesco in fiore trovi origine nel mito di Antenore sta nel fato che, questo principe troiano fuggì da Troia in fiamme guidando un gruppo di Troiani e di Eneti, gente alleata proveniente dalla Paflagonia. Giunto nel Golfo di Venezia, Antenore unì il suo gruppo alle locali popolazioni di Euganei, fondò Padova e iniziò a coltivare le nuove terre con alberi provenienti dai suoi luoghi di partenza, tra questi il pesco”.

Il fine della professoressa non era certo il racconto fantastico, ma affrontare uno dei problemi più cari al Manzoni, cioè il rapporto tra la narrazione e la realtà storica.

A ricordo di quelli insegnamenti e dell’amore sbocciato per la pianta di pesco, cercheremo ora di valutare, seppur brevemente, la provenienza di questa pianta nel Veneto.

L’origine del pesco è storicamente collocato in Cina, dove lì il suo frutto, la pesca, era considerato simbolo d’immortalità. Poi, attraverso lunghissimi itinerari commerciali di oltre 8.000 chilometri, questa pianta arrivò nelle terre del Golfo Persico, dove trovò luoghi fertili per riprodursi e dare ottimi frutti.

Nelle terre persiane il pesco ottenne talmente notevoli successi da indurre il re Cambise II, una volta conquistato l’Egitto e divenuto re, a introdurlo anche lungo le terre del Nilo.

Dall’Egitto all’Italia per il pesco il passo fu un passo breve.

I romani, però, erroneamente credettero che le sue origini fossero persiane, così Lucio Columella (4-70) e Valerio Marziale (38-104) lo chiamarono “Persicum”, ossia proveniente dalla Persia.

Pure Plinio il Vecchio (23-79) nella sua “Naturalis historia” denominò questa pianta come “Stranieri … sono .. i Persici …” e parlando dei suoi frutti, nella “Historia mundi”, ricorda che tra le varietà di pesche più buone vi sono le Galliche e le Asiatiche.

La presenza di pesche è riportata pure in una pittura conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e proveniente da Ercolano, città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79.

Il pesco continuò a dare frutti anche dopo la caduta dell’Impero Romano e in epoca rinascimentale, Agostino del Riccio nel suo “Trattato di agricoltura”, 1569, parla di rinomate varietà di pesche toscane, come la “Poppa di Venere”, a polpa bianca, e la “Cotogna di Rosano”, a pasta gialla. Nel Veneto, pur vantando secoli di presenza, la vera coltivazione del pesco si consolidò solo a fine Ottocento, prima a Mogliano Veneto poi a Verona.

Famose erano le “pesche di Mogliano”, per il loro profumo e sapore, importanti pure per l’economia dell’area, tanto che l’amministrazione di questa città pose nel proprio stemma una cornucopia con tre pesche.

A Verona alcune testimonianze della presenza del pesco si hanno a fine Cinquecento nelle opere “Le bellezze di Verona” e il “Gioco della Cucagna” di Adriano Valerini.

A Fine Settecento abbiamo l’abate e poeta veronese Bartolomeo Lorenzi, che nella sua “Coltivazione de monti”, recita:

LXX

…..

Il pesco, il pero, il melo colorito

Curvò i rami odorosi

a l’innocente

Cultor: beato a pien,

se non vedea

Un arbor solo,

che fra mille avea.

XLII

Di questi adunque

più che d’altri (e in pace

Se l’abbia il pesco,

e ‘l mandorlo fiorito,

Quello di corta età,

questo fallace

Tanto su i monti più,

quanto più ardito)

Ciro Pollini (1782 –1833), nel suo “Catechismo agrario”, e il Tonini, nelle sue “Osservazioni agrarie della Provincia di Verona per l’anno 1877”, rilevano l’importanza dalla coltivazione del pesco per l’esportazione di pesche “belle voluminose” verso le mense più esigenti di Germania e Russia. Il conte Luigi Sormani Moretti, regio Prefetto, nella monografia “La provincia di Verona”, 1904, a proposito del pesco ricorda che trattasi “di un sistema di coltura invalso da secoli (...) con esso si mantiene ognora prospera, proficua e vantata la coltivazione del prezioso frutto. ..”. Passando ora all’Italia la peschicoltura rappresenta una delle produzioni frutticole primarie, con un assortimento varietale ampio e disponibile dalla fine di aprile, con i frutti provenienti dal Centro e Nord Italia, a fino a novembre, con le varietà siciliane. La prima regione peschicola italiana è la Campania, con 19.300 ettari, poi l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Sicilia e la Puglia con una superficie di 3.900 ettari, arriva anche il Veneto con 1.500 ettari, di questi l’80% è a Verona. La pesca è un frutto dalle diverse forme, globosa, subglobosa o allungata, con solco longitudinale; la buccia è vellutata; la polpa può essere gialla o bianca con venature rosse. La presenza di fruttosio, uno zucchero semplice, da alla pesca medie capacità energetiche, è però ricca di vitamine C e A, di sali minerali, soprattutto potassio, e ha azione diuretica, indicata nei casi di ritenzione idrica e nelle calcolosi urinarie. Ma la pesca è anche la poesia di Mogol nella canzone del 1970 di Lucio Battisti “Fiori rosa, fiori di pesco”, che con poche parole ci porta alla primavera, ritmata da geniali cadenze metriche.

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