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Vico Calabrò: fiabesco e fantasioso

di Antonella Uliana

Pittore nato ad Agordo nel 1938 e residente a Caldogno, in provincia di Vicenza.

Fiabesco, visionario, le sue opere si sostanziano di archetipi, metafore, simboli sempre dalla valenza positiva. Il principio dell’armonia è il leitmotiv che riassume idealmente il senso dell’opera di questo maestro, il filo conduttore che coincide, straordinariamente, con la sua avventura di uomo.

E’ l’armonia degli opposti rappresentata dall’acqua, simbolo della dinamica di vita e di morte, di trasformazione e di purificazione, di nascita e rinascita. E’ l’armonia simboleggiata dal violino, che, con il suo suono, trasmette il senso di un legame profondo tra il mondo dello spirito e quello fenomenico e traduce lo slancio dell’ anima penetrando l’ inesprimibile. I violini ritornano spesso nelle opere di Vico, sono il ricordo dell’alluvione del 1966 nel Bellunese: in quell’apocalisse sentii le note di un violino, era un uomo che, sconfitto dall’ acqua, affidava al violino un messaggio alto, forte, struggente.

Una stella tenera e luminosa in una delle notti più buie della mia vita. Gli angeli di Vico suonano strumenti a corde, simbolo di concordia e di ordine cosmico, ma anche trombe che alludono alla potenza di Dio e annunciano il giudizio universale.

Il suo rapporto con i colori è viscerale e risale all’ infanzia e alle immagini che, di quel mondo, sono rimaste dentro di lui : In questa realtà, come dice, ogni sortilegio sembrava possibile.

Vico si pone davanti allo spettacolo del mondo senza pregiudizi intellettuali o formali, senza sovrastrutture o presupposti stilistici; il suo è uno sguardo disincantato di chi guarda serenamente la realtà andando oltre i drammi e la violenza di cui il nostro mondo è intessuto per indicare, senza alcuna presunzione, una diversa condizione umana.

Non incontriamo mai, all’interno dei suoi dipinti, figure che esprimono angoscia; scorrono davanti ai nostri occhi angeli, musici, arlecchini, ninfe che incarnano la serenità del momento magico in cui le immagini evanescenti dei sogni prendono consistenza e si materializzano. Vico inserisce le loro silhouettes in un mondo fiabesco dove dove tutto ciò che si vede sta in primo piano, senza profondità, smaterializzato, bidimensionale. Nel sogno c’è la libertà del nostro inconscio e allora può accadere che le case stiano capovolte in cielo e la luna sia in terra a confortare.

Le opere di Vico richiamano all’ estetica infantile di Paul Klee, ai disegni e ai dipinti fatti dai bambini, liberi da ogni regola che non sia l’immediata trascrizione delle loro percezioni; ci sono l’arabesco lineare, la limpida distribuzione di forme e colori e l’incapacità di note tragiche di Henri Matisse; c’è la tematica della danza, della musica, del circo che caratterizzano la poetica degli artisti del primo scorcio del Novecento; c’è il riferimento alla quarta dimensione della sintassi cubista di Picasso e alla sensibilità musicale e visionaria dell’orfismo di Robert Delaunay. Fiabe e miti si intrecciano alle immagini del mondo della sua infanzia e danno luogo ad un’arte che si nutre del simbolo come rilevatore di realtà e specchio di tradizioni ma anche come metafore della nostra vita.

Non solo creatore di sogni, l’artista sente di dover indicare, dietro quegli scenari onirici, un’etica del “fare” che motivi l’esistenza umana.

Le sue immagini propongono quindi alla nostra riflessione un mondo senza tempo perché eterno come lo spirito e l’anima dell’uomo, un mondo di superiore armonia a cui potersi abbandonare; le sue figure hanno scelto di materializzarsi in uno spazio nel quale noi abbiamo diritto di entrare e di sostare, la loro presenza ci aiuta ad allontanare il pericolo che un giorno il mondo magico e innocente della nostra infanzia possa scomparire per sempre.

La sua originalità sta nella sublimazione di una delle più antiche risorse umane, la fantasia.

 

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