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Il Rosmarino: un'erba tra la mente e il cuore

di Enzo Gambin

Il Rosmarino deve il suo nome a una derivane del greco “ρόπας μύρινος”, “rhops myrinos”, che ha il significato di “arbusto profumato”, perché da sempre nota come pianta odorosa e aromatica. Secondo una diversa opinione, condivisa da molti autori, il nome rosmarino sarebbe prettamente latino e troverebbe origine da “rosmarinus”, un’associazione delle parole “ros”, “rugiada” e “maris”, “mare”, “rugiada del mare” e, questo, con riferimento al colore lilla-indaco dei suoi fiori, che ricorda il colore del mare.

Come tutte le specie vegetali odorose che proteggevano dagli spiriti maligni, anche il rosmarino era usato nelle case per allontanare i Larvae e i Lemures, spiriti malvagi che tormentavano i vivi e si opponevano ai Lari, Lares, gli spiriti benigni, così i rami di rosmarino erano strofinati su pavimenti e su pareti e, alla fine, bruciati.

Il poeta Quinto Orazio Flacco, noto più semplicemente come Orazio, 65 a.C. - 8 a.C., “Se vuoi guadagnarti la stima dei defunti, porta loro corone di rosmarino e di mirto”

Il Rosmarino è sempre pure stato associato alla memoria e all’amore.

Shakespeare, 1564 – 1616, nella scena V dell’ Amleto, Ofelia esclama: “.. ecco del rosmarino, è per la memoria: non ti scordare, amore …”.

Hacket Roger, 1559 – 1621, studioso del New College di Oxfordm, nel 1607 dichiarava: “Parlando dei poteri del Rosmarino, esso supera tutti i fiori del giardino, vantando il dominio dell’uomo. Aiuta il cervello, rafforza le memorie ed è molto utile per la testa. Un’altra proprietà del rosmarino è quella di colpire il cuore “.

Per comprendere il nesso tra rosmarino e memoria dobbiamo tornare all’antica civiltà greca e scoprire che questa era associata a Mnemosine, figlia di Urano, il Cielo, e Gea, la Terra. Pur non essendo una delle divinità più popolari, Mnemosine aveva il potere di sapere tutto ciò che è stato, quello che è e quello che sarà.

Le sue tracce più antiche risalgono alle prime opere greche scritte, l’Iliade e l’Odissea di Omero, dove compare la grande importanza del ricordo per le battaglie, le promesse, i riti religiosi, per i cari defunti.

Con il poeta Esiodo, VIII secolo a.C., la memoria è deificata nella “Teogonia”, un’opera che parla della genesi dell’Olimpo e, quindi, sulla personificazione dei fondamentali valori dell’Occidente classico, Mnemòsine occupa una posizione di rilievo e figura tra le divinità primordiali, partorita da Cielo e Terra, è sorella del Tempo ed è amante prediletta del Re dell’Olimpo, madre delle nove Muse.

Diodoro Siculo, 90 a.C. – 27 a.C., nella sua opera, la “Bibliotheca historica” scriveva: “Delle donne Titani dicono che Mnemosynê scoprì gli usi del potere della ragione, e che diede una designazione ad ogni oggetto intorno a noi per mezzo dei nomi che usiamo per esprimere tutto ciò che vogliamo e per conversare l’uno con l’altro; anche se c’è chi attribuisce queste scoperte a Hermes. E a questa dea è attribuito anche il potere di richiamare le cose alla memoria e al ricordo (mnemê) che gli uomini possiedono, ed è questo potere che le ha dato il nome che ha ricevuto”.

Si racconta che gli studenti romani si coronavano la testa di rosmarino per aumentare la memoria e pure le nove figlie di Mnemosine (la memoria), spesso ritratte con ramoscelli di rosmarino in mano.

Nell’opera che ci rimane del medico salernitano, Matteo Silvatico, 1285 - ca. 1342, che porta il titolo di “Opus Pandectarum Medicinae”, una compilazione di materia medica, con diligenti ed esatte ricerche intorno alla virtù delle erbe, per il rosmarino riporta «……. ha foglie simili a quelle del maratro, ma più larghe e un po’ più grasse …. nasce in luoghi sassosi - usata a Roma per le corone. ».

L’amore, invece, è unito al rosmarino nei racconti di Ovidio le “Metamorfosi” dove, al Libro IV versi 190-255, è narrato l’amore tra Leucotoe e Apollo: “Venere, per vendicarsi di Apollo, lo fa innamorare di una mortale, Leucotoe, figlia del re orientale Òrcamo. Apollo, per riuscire ad averla, si trasformò in sua madre e, entrato nella stanza dove stava tessendo con le ancelle, riuscì a rimanere solo con lei. Clizia, una ninfa innamorata di Apollo, per vendicarsi, rivelò il segreto al padre della giovane, che la punì seppellendola viva. Apollo, nel tentativo di riportarla in vita, fece nascere una pianta d’incenso sul luogo della sua sepoltura. Perduta l’amata Leucòtoe, Apollo non volle più saperne di Clizia, che cominciò a deperire, rifiutando di nutrirsi e bevendo solamente le sue lacrime. La ninfa seduta a terra osservare Apollo che conduceva il carro del Sole nel cielo, senza rivolgerle neppure uno sguardo, finché, consumata dall’amore, si trasformò in un fiore”.

“…………

Si dice che il suo corpo aderisse al suolo e che un livido pallore

trasformasse parte del suo incarnato in quello esangue dell’erba;

un’altra parte è rossa e un fiore simile alla viola le ricopre il volto.”

Ovidio non descrisse nei particolari il fiore in cui Clizia si trasformò e non gli attribuisce un nome specifico, ma lo espose come “simile alla viola”.

Inizialmente, con queste descrizioni fu identificato l’eliotropo, poi con il rosmarino considerato che i suoi fiori sono tra il bianco e il viola, piccoli e molto delicati.

Una successiva tradizione di arti figurative riconobbe in questo fiore il girasole, in quanto considerò che il nome Clizia deriva dal greco e aveva il significato di “colei che si inclina”, inoltre, parafrasarono il nome come “colei che si inclina, si muta e ha la dedizione verso qualcosa”.

Ovidio terminò la leggenda con un sentimento profondo, che influenzò le visioni future del rosmarino, facendogli assumere immagine e modello dell’amore fedele e fecondo:

“Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore.”

Il Rosmarino, pianta odorosa e aromatica, assunse il ruolo di metafora dell’amore, fantastico e denso di colori, unito pure alla medicina popolare.

Con Clizia il rosmarino rientrò pure tra le piante dedicate ai morti, per la sua qualità di garantire il ricordo e il suo perdurare.

Giovanni Boccaccio, 1313 – 1375, nella sua opera giovanile “La caccia di Diana e le Rime”, accosta il rosmarino all’amore e diventa spinta forte da poter trasformare un animale in essere umano, donandogli quella sensibilità e quell’intelligenza fondamentali per un uomo nobile.

LXXXVL.

Ipocrate Avicenna o Galieno,

Diamante zaphir perla o rubino,

Brettonica marrobbio o rosmarino,

Psalmo evangelio et oration vien meno;

Piova né vento, nuvol né sereno,

Mago né negromante né indovino,

Tartaro né giudeo né saracino

………

Nel 1330 Raimondo Lullo, 1232 –1316, filosofo, teologo e alchimista, che ottenne per la prima volta l’olio essenziale di Rosmarino, considerato l’anima della pianta, da utilizzare in profumeria, nella liquoreria, in farmacia per le proprietà stimolanti e antinfiammatorie.

Nacquero racconti e leggende con il rosmarino come protagonista, si narra che nel XVII secolo, la regina Isabella d’Ungheria, settuagenaria e piena d’acciacchi, ritrovò, si dice, la salute e una seconda giovinezza grazie al Rosmarino.

Pozione questa che divenne di gran moda alla corte di Francia con una particolare preparazione, detta “Acqua della Regina d’Ungheria”, un distillando due parti di fiori di rosmarino e tre di alcol, tanto profumata che la marchesa Madame de Sévigné, 1626 – 1696, importante scrittrice francese, la portava in tasca per profumarsi la pelle.

Quest’acqua era valutata un toccasana e il Re Sole, Luigi XIV, 1638 –1715, la assumeva per curarsi la gotta.

Giuseppe Pitré, 1841 –1916, medico e studioso di tradizioni siciliane, riporta la storia di “Rosmarina”: “Si narra che una regina sterile, mentre stava passeggiando in un rigoglioso giardino, si imbatté in una pianta di rosmarino, che evocava l’idea della fecondità.

I rametti fioriti risvegliarono in lei il desiderio della maternità, insieme a una furiosa invidia per l’arbusto. Poco tempo dopo, la regina scoprì di essere incinta e partorì proprio una piccola pianta di rosmarino, a cui venne dato il nome di Rosmarina, e che veniva accudita personalmente da lei.

Durante una visita del re di Spagna, però, il nipote rubò la pianta e la portò nel suo giardino.

Un giorno, mentre il re di Spagna si dilettava a suonare il flauto, dalla piantina venne fuori una splendida fanciulla di cui il sovrano si innamorò perdutamente. Poco tempo dopo, a causa di una guerra egli dovette partire e affidò la principessa alle cure di un giardiniere.

Il re aveva delle sorelle che, incuriosite, una sera suonarono il flauto per farla uscire dal suo rifugio.

Appena ne videro la bellezza, iniziarono a trattarla con crudeltà. Da quel momento, lei cominciò a sfiorire e il giardiniere, temendo la furia del re, decise di rifugiarsi su un albero. Due draghi che passavano da lì si fermarono per riposare e iniziarono a parlare con il giardiniere della sua sfortuna con la pianta.

I due draghi si lasciarono, con ingenuità, sfuggire il rimedio per curarla: un particolare unguento fatto con il sangue del drago maschio e il grasso del drago femmina.

Il giardiniere così li uccise e preparò la pozione per Rosmarina. In questo modo la leggenda del rosmarino trova il suo lieto fine.

La fanciulla recuperò la salute e, quando il re tornò, la sposò, coronando il suo sogno d’amore. “Fiabe novelle e racconti popolari

Antonio Machado, 1875 – 1939, poeta e scrittore spagnolo ricorda il rosmarino nei “Proverbi e cantari”, VIII, traduzione di Oreste Macri, 1975 – 1939, filologo:

Buona l’acqua e la sete;

buona l’ombra e il sole;

il miele del fior di rosmarino;

il miele di campo senza fiore.

Ne fa seguito la poesia “Api d’oro” di Federico Lorca, 1898 –1936:

Api d’oro

cercavano il miele.

Dove starà il miele?

E’ nell’azzurro

di un fiorellino,

sopra un bocciolo

di rosmarino.

Il Rosmarino è nel “Canto del servo pastore” un album musicale cantautore Fabrizio De André, 1940 –1999.

“Dove fiorisce il rosmarino c’e’ una fontana scura

dove cammina il mio destino c’e’ un filo di paura

……. ”.

Il rosmarino ancora nella recentissima opera del veronese Matteo Bussola, 1971, “Il rosmarino non capisce l’inverno”, dove è allegoria di amore e memoria positiva.

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