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Da Nazzareno alla Stazione Termini

di Nino D’Antonio

Nazzareno è il capostipite della famiglia, il primo ad aprire un’osteria a Roma. Veniva da Amatrice, patria di quel sugo con guanciale di maiale, che ha fatto la fortuna di tanti ristoratori. Due le versioni con due scuole di pensiero, ognuna con le sue valide ragioni: Amatriciana con gli spaghetti o con i bucatini? In bianco o col pomodoro? Nazzareno cala a Roma negli anni Trenta, e vent’anni dopo - a conclusione di una lunga e faticosa gavetta - apre un bel ristorante in via Marghera, a due passi dal lato sinistro della stazione Termini. La cucina è rigorosamente tipica, vale a dire un mix di Abruzzo e di Roma, costruita con amore e sapienza, applicati a prodotti di prima qualità. Molti di questi arrivano da Amatrice, dai formaggi agli insaccati, e quelli provenienti dalla campagna romana – carciofi e abbacchio in testa – non sono certo da meno. Nazzareno si divide fra la cucina e la sala, e stabilisce con la clientela un rapporto di simpatia e di fiducia, che faranno la fortuna del locale. Poi la mano passa ai figli e in particolare a Florindo che più di tutti ha ereditato la lezione e l’esempio del padre. La conduzione del ristorante è in effetti un tiro a due: Florindo e il cugino Mario, con ruoli e compiti che s’integrano da sempre alla perfezione per le fortune del Nazzareno, fin dalla sua nascita, nel 1954. Il locale può contare su due belle sale a pianoterra con vari ingressi dalla strada, più una saletta intermedia e una sala superiore, per complessivi circa duecento posti. Un numero che può far pensare ad una cucina di massa, e invece tutti i piatti presenti nel menu vengono preparati al momento, con grande cura.

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