L'Arachide: una magia della natura
di Francesca Gambin
Tra le tante meraviglie del mondo vegetale, ce n’è una che sorprende, l’arachide, o più semplicemente, la nocciolina.
Questa pianta non ha nulla di straordinario, è bassa, con fiorellini gialli che spuntano con discrezione e sono proprio questi la magia e il mistero, che ha incantato generazioni di studiosi e appassionati.
Il fiore, ancora prima di schiudersi, si autofeconda, senza attendere l’arrivo di insetti o venti generosi.
Poi accade qualcosa di ancora più straordinario, una volta avvenuta la fecondazione, il peduncolo del fiore si allunga e s’incurva verso il basso finché l’ovario non si infila nel terreno, scendendo a una profondità di 5–15 centimetri.
È lì, sotto la superficie, che avviene la maturazione della nocciolina, protetta tra le zolle e nascosta alla vista.
Questo processo, chiamato geocarpia, è una rarità nel regno vegetale, un adattamento evolutivo intelligente, che protegge il seme dai predatori e dalle intemperie, permettendogli di maturare in un rifugio sicuro.
Originaria del Sud America, in particolare Brasile, Bolivia e Paraguay, l’arachide era conosciuta nelle lingue locali con il nome tlālcacahuatl, un termine nahuatl che si può scomporre in tlāl (terra) e cacahuatl (seme simile al cacao). Il significato letterale sarebbe dunque “cacao della terra”, alludendo al fatto che, a differenza del cacao vero, l’arachide produce semi oleosi che si sviluppano sottoterra.
Quando fu introdotta in Europa dagli esploratori spagnoli e portoghesi nel XVI secolo, il termine indigeno fu adattato in spagnolo come “cacahuete”.
Curiosamente, è dalla forma spagnola cacahuate che deriva l’inglese peanut attraverso percorsi linguistici intricati, da far pensare che le parole, proprio come i semi, fanno lunghi viaggi.
Uno dei primi europei a citarla fu Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés (1478–1557), storico e cronista spagnolo, nella sua monumentale “Historia general y natural de las Indias”, scritta tra il 1535 e il 1557. Vi descriveva le arachidi come un alimento comune e nutriente presso le popolazioni native del Nuovo Mondo.
Mentre in Spagna si diffondeva il termine “cacahuete”, l’Italia già provava a dare un nome tutto suo a quella pianta sotterranea, così diversa dalle altre eppure così ricca di significato.
Nel 1565, il viaggiatore milanese Girolamo Benzoni (1519–1570), dopo aver vissuto per anni nelle Americhe, pubblicò a Venezia il suo resoconto “La Historia del Mondo Nuovo”. Tra racconti di viaggi, scontri e meraviglie esotiche, Benzoni descrive alcune curiose piante coltivate dagli indigeni, tra cui “l’arachide”, e scrive: “cresce sotto terra”.
Il fatto che usasse già il termine “arachide” è una testimonianza di quanto rapidamente la lingua italiana avesse cominciato ad assorbire e rielaborare le novità botaniche provenienti dal Nuovo Mondo.
Il nome “arachide” deriva dal latino Arachis, a sua volta dal greco ἀράχις (aráchis), che significa “legume”.
Sarà Carl Linnaeus, nel XVIII secolo, ad adottare questo termine nella nomenclatura scientifica, aggiungendo hypogaea, dal greco hypo (sotto) e gaia (terra), proprio per indicare la crescita sotterranea del frutto, così nacque il nome botanico completo”arachis hypogaea”.
Dopo il suo arrivo in Europa, l’arachide ha cominciato un viaggio planetario, trovando terreno fertile ovunque ci fossero climi caldi e soleggiati.
Fu coltivata con successo in Africa occidentale, dove venne integrata nelle rotazioni agricole e divenne un'importante fonte di proteine, olio e reddito. Proprio in Africa, l’arachide ha assunto anche valenze sociali ed economiche, tanto da entrare nella cucina tradizionale e nei mercati locali come ingrediente quotidiano.
La storia dell’arachide non si ferma alla sua origine americana e al suo viaggio verso l’Europa.
Nel cuore del Novecento, fu protagonista anche di una silenziosa rivoluzione agricola negli Stati Uniti grazie all’ingegno di George Washington Carver (1864–1943), botanico e scienziato afroamericano, che le dedicò anni di studio.
In un’epoca in cui le terre del Sud erano esauste per la monocultura del cotone, Carver comprese il valore rigenerativo delle piante leguminose, come l’arachide, capaci di arricchire il suolo con azoto naturale.
Fece molto di più, si rinchiuse per giorni nel suo laboratorio e, alla fine, trasformò la nocciolina in una risorsa strategica, inventando centinaia di usi alternativi, dai cosmetici agli oli industriali, dai saponi alle vernici, dimostrando come una piccola pianta potesse offrire non solo nutrimento, ma anche dignità e indipendenza economica agli agricoltori più poveri.
Sebbene non abbia inventato il burro d’arachidi, fu certamente tra i primi a promuoverne la lavorazione industriale.
Nel corso del Novecento, la coltivazione dell’arachide si è estesa in India, Cina e Sud-est asiatico, che oggi ne sono i maggiori produttori mondiali.
In Italia, pur non essendo una coltura diffusa su larga scala, l’arachide ha avuto momenti di sperimentazione agricola, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree sabbiose della costa adriatica.
Oggi il suo consumo è prevalentemente legato al prodotto secco o tostato, ma cresce l'interesse verso filiere locali per la produzione di burro di arachidi artigianale e snack naturali.
L’arachide non è solo botanica e agronomia: è cultura, abitudine, memoria. Nelle fiere popolari del Nord Italia, soprattutto in Veneto, le arachidi tostate si chiamano “bagigi”, parola che profuma di festa e carta da zucchero.
Ippolito Nievo (1831 – 1861) nelle sue “Le confessioni d’un italiano”, in un passo carico di ironia sociale, li trasforma in emblema di marginalità sociale e piccole miserie umane: «…quei mezzi omiciattoli in Levante si mandano a vender bagiggi per le contrade.»
Come a dire che, a volte, dietro al gesto semplice di vendere arachidi, si nasconde tutta una visione del mondo, di esclusioni, di ruoli imposti, di una commedia che si ripete da secoli sulle stesse piazze.
Concetti peraltro ripresi nei fumetti più amati d’America i “Peanuts”, che significa “noccioline”, con Charlie Brown e Snoopy.
Questo nome fu scelto dal distributore United Feature Syndicate per evocare cose apparentemente di poco conto, come le “noccioline”, da qui anche la “peanut gallery”, cioè la sezione più economica di un teatro.
Persino nelle espressioni idiomatiche inglesi come “for peanuts” ha il significato di lavorare per pochi spiccioli e “peanut brain” si allude a una mente semplice e ingenua.
Eppure è proprio nella semplicità che talvolta si nasconde la verità più nitida.
Il titolo Peanuts voleva evocare un gruppo di bambini chiassosi e apparentemente “insignificanti”, ma che in realtà affrontano temi profondi con una saggezza sorprendente.
Troviamo così Linus, Lucy, Charlie e Snoopy che sono entrati nel cuore collettivo come moderni piccoli filosofi, capaci di dire cose immense con parole minute, come arachidi: sembrano leggere... ma nutrono l’anima.
Nella musica, le arachidi hanno lasciato il segno con la celebre canzone cubana “El Manisero” (Il venditore di arachidi), composta nel 1930 da Antonio Abad Lugo Machín (1903–1977), cantante cubano-spagnolo.
È un’ode malinconica e ritmata al piccolo commercio di strada dell’Avana, e fu uno dei primi brani latinoamericani a conquistare il mondo:
Arachidi...
Arachidi...
Se vuoi divertirti con la bocca
mangiati un cartoccio
di arachidi.
Quanto è tiepido e abbondante,
certo non si può chiedere di più...
Anche nel blues e nel country americano si cantava: “I got nothing but peanuts”, “Non ho nient’altro che noccioline” — con una voce ruvida, ma sincera. Dietro quell’apparente leggerezza si nascondeva un’esistenza fatta di sacrifici, dove le arachidi diventavano emblema di povertà... ma anche di un’onestà disarmante.
Nel suono sabbioso del blues o nel battito secco del country, le peanuts, le noccioline, sono metafora di chi ha poco ma quel poco lo offre con generosità: un gesto umile che sa di casa, di condivisione, di dignità.
Tra le curiosità delle noccioline, legato al mondo dello spettacolo, vi è la superstizione che non si deve mai servire noccioline in camerino prima di uno show teatrale perché portano sfortuna.
L’origine pare risalire al circo, dove i trapezisti che cadevano spesso lo facevano su un letto di gusci vuoti d’arachidi e alcuni attori giurano che una nocciolina rovesciata ha preceduto ogni fiasco! C’è poi un’usanza insolita, versare una manciata di noccioline salate direttamente nella bottiglia di Coca-Cola o di birra per ottenere un mix frizzante e salatissimo.
La moda di servire noccioline al bar durante l’aperitivo si è diffusa in Italia tra gli anni ’70 e ’80, per stimolare la sete e prolungare la permanenza del cliente: una pratica che ha contribuito a definire la cultura dell’‘happy hour’, diventata un segno distintivo.
Così, da seme nascosto tra le zolle a protagonista discreto di fiere, cucine, studi botanici e immaginari collettivi, l’arachide è diventata una delle piante più affascinanti e simboliche del nostro rapporto con la terra:
un piccolo miracolo naturale,
una magia silenziosa
che continua a nutrire,
stupire e ispirare
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