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Valpolicella classico: a lezione di profumi e semplicità

di Silvia Allegri

Un sapore fresco come le prime ciliegie che maturano sugli alberi delle vallate veronesi. Un colore delicato, trasparente e dai toni caldi che riporta a galla ricordi di aperitivi estivi ma anche di merende autunnali, quando accompagna le castagne o i taglieri di formaggio. Un profumo intenso ma discreto, che non copre gli aromi dei piatti e lo rende perfetto come vino da tutto pasto. Nonostante Amarone e Ripasso continuino a dominare la scena del mercato internazionale, collocandosi tra le bottiglie più ricercate nelle carte vini e più richieste dai clienti di ogni parte del mondo, la riscossa del Valpolicella è ormai un dato di fatto. Torniamo allora in una delle zone vitivinicole più prestigiose d’Italia per scoprire la vera identità del vino più leggero e comune, di certo il più legato alle radici del suo territorio.

 

Una Doc veronese che continua la sua scalata

 

Lo possiamo trovare nella sua versione base, oppure con le menzioni in etichetta classico e superiore. Il Valpolicella porta lo stesso nome della DOC istituita ufficialmente il 21 ottobre 1968, e all’interno della quale si piazzano, sui gradini più alti del podio, le due DOCG Recioto della Valpolicella e Amarone della Valpolicella, e naturalmente il Ripasso, il vino che in tempi recenti ha riscosso il maggior successo in termini di vendite e popolarità. Eppure, se durante le visite alle cantine in provincia di Verona si domanda a un produttore quale sia il suo vino preferito, perfino i principi della Doc, Ripasso e Amarone, tremano: “Il mio vino è il Valpolicella”, ci sentiremo rispondere da tanti. La ragione? È questo il vino della tradizione, quello dei nonni e dei genitori che hanno comprato i campi decenni fa e hanno venduto, per anni, uve o vini sfusi, prima di trasformarsi in produttori e imbottigliatori autonomi. Si beveva Valpolicella, a tutto pasto, nelle famiglie veronesi, e se esiste il Ripasso, il merito va a quella base dal gusto di ciliegia e dai profumi speziati.

 

Semplice, ma con infinite sfumature

 

Un calice di Valpolicella restituisce impressioni chiare, nitide e verticali, rispecchiando le sfumature rubino tenue che lo caratterizzano. Non sentiremo, probabilmente, gli aromi terziari che catturano l’attenzione del degustatore ancor prima di bere. Niente cannella e liquirizia, quindi, e neppure eucalipto o vaniglia. E risiede proprio in questo il punto di forza del Valpolicella, la sua rivincita: semplicità e pronta beva, prima di tutto. Ma la linearità del Valpolicella, rispetto ai blasonati Ripasso e Amarone, non va presa sottogamba, anzi. Per comprenderlo pienamente sarà sufficiente, passeggiando tra le vigne, guardare per terra: vedremo suoli a matrice calcarea soggetti a erosioni costanti che ne hanno cambiato la fisionomia, affioramenti basaltici che hanno portato le rocce vulcaniche a contendersi il terreno con quelle calcaree, diverse profondità di stratificazioni a seconda dell’altitudine, vaste aree sabbiose e sassose. La zona di produzione del Valpolicella è talmente varia che sarebbe riduttivo orientarsi a una descrizione sommaria. Trattandosi del vino più immediato, il primo a essere consumato dopo la vendemmia, il più facile da trovare sulla mensa di una famiglia di produttori, è proprio lui ad assumere le sfumature più diverse, senza per questo perdere il suo carattere schietto e immediato. E lo fa rispecchiando l’incredibile varietà dei terreni su cui cresce, baciati dalla fortuna se si pensa alla collocazione geografica, con i Monti Lessini a coprire e proteggere a nord da correnti fredde, l’influenza del lago di Garda e delle sue temperature miti, e un’estensione dell’area che dalla pianura arriva a circa 550 metri s.l.m., consentendo alle vigne di godere di un’escursione termica importante ma mai eccessiva. Non è un caso se il nome stesso di questa zona rimanda a una storia consolidata di produzione e pratica della viticoltura, che ancora oggi è chiaramente rintracciabile nell’origine del nome: Valpolicella deriverebbe infatti dal latino Polesella, traducibile con “terra dai molti frutti”, o da Vallispolis-cellae, “valle dalle molte cantine”. E sono stati proprio i suoli a divenire, in tempi recenti, oggetto di studio da parte di agronomi e biologi chiamati a effettuare la zonazione, iniziando quindi un percorso che vede il suo focus centrale nella valorizzazione del terroir, come insegnano i cugini d’Oltralpe ormai da decenni. Solo in questo modo si possono consolidare le diversità, imparando a promuovere al meglio i prodotti di un territorio, a partire proprio dai vini più semplici, come il Valpolicella. Un vino fatto per essere bevuto in tempi brevi, pur essendo longevo, per riportare al piacere di una bottiglia condivisa nel quotidiano.

 

La zona di produzione

 

La zona di produzione del Valpolicella va dall’entroterra gardesano alle dolci colline ai confini con la provincia di Vicenza, nell’estremo est veronese. Da Marano, quindi, a S. Ambrogio, da Dolcè a Cazzano, arrivando a Montecchia di Crosara e a San Mauro di Saline. Accanto alla zona classica c’è quindi quella ‘allargata’, comprendente quindi diverse vallate della provincia di Verona, con riconoscimento ufficiale nel 1968: a partire da quella data la Doc viene riconosciuta quindi ad altre zone esterne alla Valpolicella geograficamente collocata a nord-ovest di Verona. E pur non essendo mancate, all’epoca, alcune polemiche – e d’altronde quando non fioriscono polemiche nel variegato mondo del vino? – oggi a dare lustro alla Doc c’è un’enorme quantità di cantine e aziende pronte a proporre prodotti unici e capaci di rispecchiare, a ovest come a est della città, la ricchezza di suoli che aggiunge valore allo spirito più autentico di questo vino. Le bottiglie che riportano in etichetta la menzione “Classico” devono essere prodotte a Negrar, Marano, Fumane, Sant’Ambrogio e San Pietro in Cariano, ossia la zona originaria della DOC. I vini con menzione geografica “Valpantena”, con cui è conosciuta la valle a est della città di Verona, sono prodotti a Grezzana nelle frazioni di Stallavena e Marzana, e a Quinto di Valpantena, Santa Maria di Stelle e San Felice Extra, sotto il comune di Verona.

 

Quali uve?

 

A contribuire al blend del Valpolicella sono i vitigni a bacca nera della zona. Gioca un ruolo predominante la Corvina, così chiamata perché richiama, nel colore, il piumaggio del corvo, uccello che ama popolare colline e vigneti del territorio. La sua percentuale varia tra il 45% e il 95%, e vi si aggiungono il Corvinone, che arrivando a un massimo del 50% può sostituire una pari percentuale di Corvina, il vitigno Rondinella, dal 5 % al 30 %, e vari vitigni a bacca rossa, non aromatici o autoctoni italiani, coltivabili nella Provincia di Verona, per un massimo del 10%.

 

Gli abbinamenti

 

Come si diceva il Valpolicella, nella sua linearità e immediatezza, si presenta nel calice con una grande varietà di sfumature e gradazioni, pur mantenendo una sua coerenza rispetto al colore e agli aromi. Sono lontani, ormai, i tempi in cui a questo vino venivano destinate le uve di qualità inferiore rispetto a quelle scelte per vini più corposi e destinati a lunghi appassimenti. E oggi c’è addirittura chi sceglie di destinare interi vigneti alla sua produzione, all’insegna di un bicchiere dalla pronta beva che risulta anche accattivante per un pubblico giovane, magari pronto ad avvicinarsi per la prima volta al mondo del vino e giustamente intimorito, quindi, da etichette più impegnative, anche economicamente.

Proprio per questa ragione, in base al prodotto scelto e allo stile della cantina, gli abbinamenti possono spaziare in grande libertà, purché ci si orienti su piatti tendenzialmente delicati. Via libera, quindi, a riso e bisi, polenta e baccalà, formaggi freschi e marmellate, risotti con le erbette primaverili, pasta e fagioli.

Servito fresco, il Valpolicella è un ottimo accompagnamento a piatti estivi, specialmente antipasti e finger food; a temperatura ambiente si presta ad accompagnare le caldarroste e i taglieri, protagonista assoluto di merende autunnali da consumare nel tepore di una taverna.

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